1° capitolo
La storia che mi accingo a raccontare non è di questi tempi, non è di quelli andati, non è di quelli a venire, è una storia sospesa tra il bene e il male tra il vero e il faceto tra ciò che è e ciò che potrebbe essere tra sogno e realtà tra i pensieri incerti e quelli fondati, tra tutto ciò che l’animo umano vorrebbe celare, ma non può fare a meno di raccontare.
Vivevano di una vita tranquilla e là nel loro mondo tutto era possibile.
Eden correva felice tra i campi fioriti e la sua gioia trapelava da ogni suo atteggiamento, da ogni suo sorriso.
I ragazzi del villaggio adoravano ascoltarla quando la sera davanti al fuoco raccontava di regni incantati d’elfi e di fate, di maghi, di streghe, d’alchimie, di pozioni, tutti erano lì fermi a sentire come la storia sarebbe iniziata e come sarebbe finita, ed alla fine tiravano un sospiro di sollievo quando la bella principessa era salvata dal principe e il dragone non era ucciso, ma liberato nel suo bosco incantato.
Il vecchio Lordjmur, il più anziano del villaggio, il vecchio saggio, lo chiamavano, sapeva tutto e di tutto e sapeva leggere negli eventi.
Era un uomo che aveva visto tante albe e tanti tramonti, tante guerre e altrettante pacificazioni, che col suo aspetto stanco e vissuto sembrava conoscere parola per parola le storie che Eden raccontava tutte le sere.
I suoi capelli bianchi scendevano arruffati sulle spalle da un cappello color porpora, le gote rosse e la barba canuta gli conferivano un aspetto calmo e bonario, il vestito lungo e le scarpe a punta lo facevano immaginare pronto, per rientrare nel libro di favole da cui era uscito un attimo prima e là, seduto intorno al fuoco ascoltava, ammiccando e sorridendo.
Lui sapeva tutto.
“Una notte di tanto tempo fa” raccontava Eden “Dal ventre della terra nacque un essere.
Aveva un viso radioso e viveva della luce del mondo, i suoi arti erano legati alla terra e le sue braccia si allungavano verso il cielo, i suoi capelli erano fronde d’albero, e le sue membra umane davano ristoro a pettirossi e fringuelli.
Un giorno, un giovane, passando di lì, si sedette sotto l’albero, e si addormentò. L’albero vi adagiò sopra le sue fronde e lo protesse dal vento.
Al suo risveglio il giovane trovò accanto a se una fanciulla che lo guardava, e le chiese “Chi sei?”
Ella rispose “Sono lo spirito dell’albero sotto cui ti sei addormentato, ho protetto il tuo sonno dal vento, e tu hai offerto a me la tua compagnia, come posso ringraziarti?”
Il giovane rimase attonito “Tu ringraziare me, sono io che devo a te qualcosa per la cura che hai avuto nei miei confronti, chiedimi ciò che vuoi, se sarà in mio potere, te lo darò”.
La giovane guardò verso il cielo e disse: ” Mi basta che tutte le volte che vieni nel bosco, ti fermi sotto le mie fronde, io potrò gioire della tua presenza e non mi sentirò sola.”
“Bene mia dolce fanciulla, farò quello che mi chiedi, ma dimmi, qual è il tuo nome?”
“Io sono Larua, figlia dell’alloro, e vivo di vento e di pioggia mi nutro della terra e temo il fuoco.”
Il giovane annui, “Il mio nome è Periandro.” e s’incamminò.
Ma quando fece per voltarsi, la giovane era sparita.
Da lì, a qualche giorno, ritornò spesso a riposare sotto le fronde di quell’albero, e tutte le volte al suo risveglio trovava Larua, che lo proteggeva dal vento.
“Ritornerò ancora domani e domani ancora e poi ancora, il mio cuore non può più fare a meno del tuo sorriso, del suono delle tue parole, del tuo viso” diceva queste parole, mentre andava via, e quando si girava per guardare indietro la fanciulla non c’era più.
Tuttavia vi furono giorni di guerra e il giovane non poté andare nel bosco a trovare la sua amata, ma quando finalmente arrivò il giorno, al suo risveglio Larua non era vicino a lui a proteggerlo.
“Mia amata dove sei? Larua, dove sei?”
Il suo richiamo disperato risuonava per tutta la foresta, ma non ebbe nessuna risposta.
“Che abbia mai sognato in tutti questi giorni? Che il suo viso sia solo il frutto della mia fantasia, che la sua voce, sia stata solo il rumore del vento tra le fronde degli alberi? No non è possibile…”
Il giovane provava un grande vuoto.
Così rivolto verso l’albero incominciò a colpirlo, con le lacrime che gli rigavano il viso e che cadevano giù lungo le gote, si riversavano sulle radici dell’albero, e gridava:
“Ridammi la mia amata come posso vivere i miei giorni senza di lei, ora che è nel mio cuore”, alzò gli occhi al cielo, e vide tra le fronde il viso di colei che tanto aveva amato giorno per giorno, che gli diceva:
“Non affliggere il tuo cuore mio amato Periandro, a noi spiriti delle piante non è permesso innamorarci, perché in quel caso perdiamo la possibilità di diventare umani, e questo sarà il mio castigo”.
Il giovane sconfortato si accasciò a terra, dal suo viso sgorgavano le lacrime e il dolore cosi attanagliante le trasformò in sangue, anche queste caddero alle radici.
E stupore.
Dall’albero si aprì uno squarcio, e ne fuoriuscì una luce abbagliante che accecò il giovane, da quella luce nacque a nuova vita Larua, che col beneficio degli spiriti, era diventata reale, perché quel giovane, aveva versato per lei lacrime di sangue, e le aveva donato così la vita”.
